martedì 7 settembre 2010

Delle armi e delle guerre

I Greci erano un popolo avvezzo alla guerra. Lo testimonia la frequenza dei conflitti in cui le varie poleis greche erano impegnate, con nemici esterni o fra di loro. A questi conflitti, si aggiungevano forme più o meno legali di violenza come pirateria o rappresaglie.

Nonostante questo, il popolo greco non può dirsi un popolo guerriero: la guerra era regolata da una serie di leggi e norme civili e religiose che servivano per evitare che i conflitti diventassero sfrenati e selvaggi e la pace era universalmente considerata un bene prezioso (per quanto raro).

Oltretutto, i Greci non avevano un corpo militare professionista: con l'unica eccezione di Sparta, in cui la casta degli Spartiati esisteva esclusivamente per addestrarsi alla guerra, nelle altre poleis ogni cittadino aveva il diritto/dovere di armarsi a sue spese per la difesa della patria. I cittadini di censo più elevato godevano dei maggiori diritti politici e civili e – dato che avevano la possibilità di acquistare armamenti migliori – ci si aspettava che, in caso di necessità, combattessero.

Il fulcro degli eserciti greci era la fanteria pesante: l'oplita (il guerriero corazzato) che combatteva nella formazione serrata detta “falange” è la manifestazione più evidente di questo modello.
L'oplita era equipaggiato con una corazza di bronzo modellata (in seguito sostituita da una più leggera in lino), un elmo, una lancia di 2,5 metri, una spada (per quando la formazione si rompeva e la mischia si faceva serrata) e lo hoplon, il grande scudo circolare che dava il nome all'oplita.

Così equipaggiato, l'oplita marciava incontro alla formazione avversaria, finchè la distanza non era tale da consentire la carica. Gli Spartani procedevano in un silenzio impressionante, mentre gli opliti delle altre poleis, meno disciplinati, lanciavano grida di sfida e peana in onore di Ares. La carica portava le due formazioni a un violento urto frontale, seguito da una serie di spinte e duelli sanguinosi.

Nonostante la falange fosse il centro della battaglia, essa era affiancata da cavalieri, toxotates (arcieri, molto apprezzati soprattutto quelli cretesi) e peltasti, cioè guerrieri leggeri armati di giavellotti.

I Peltasti

I peltasti erano guerrieri leggeri, armati di giavellotti e equipaggiati da uno scudo piccolo, a forma di mezzaluna, chiamato pelta.

I primi peltasti erano originari delle regioni a nord della Grecia, soprattutto la Tracia, da cui venivano reclutati come mercenari dalle poleis greche. Anche le mitiche Amazzoni, su molti vasi, vengono raffigurate equipaggiate di pelta.

L'importanza dei peltasti in battaglia divenne evidente nel 390 a.C., quando l'ateniese Ificrate - nel corso della Guerra di Corinto - li utilizzo contro un battaglione di opliti spartani, soprendendoli e sconfiggendoli, nonostante l'armamento e l'addestramento militare di questi ultimi fosse evidentemente superiore.

Se gli opliti puntano su disciplina, armamento e compattezza della formazione, i peltasti puntano sulla velocità: armati in modo leggero e non inquadrati in falange, possono correre intorno alla formazione avversaria, beragliandola con una pioggia di giavellotti.

La filosofia

La filosofia è una disciplina dalle caratteristiche insolite. Definirne l'origine e la natura è un compito che già si presta a numerosi dibattiti, mettendo alla prova l'intelletto di chi si accosta ad essa. Quello che possiamo osservare, è che essa nasce nelle zone di confine fra culture, popoli ed esperienze diverse e che la sua natura sembra quindi essere legata al confronto con ciò che è diverso dal già conosciuto, confronto che mette in crisi le certezze maturate da intere generazioni e spinge alcuni uomini alla ricerca di qualcosa d'altro, di una armonia e di una unità che sembrano sempre sfuggire, condannando il ricercatore ad una esplorazione senza fine nelle profondità della conoscenza.

Il nome stesso, “filosofia”, suggerisce questo. Il suo significato letterale è infatti “amore per la sapienza”, amore che implica quindi un desiderio, una ricerca di qualcosa che mai si ottiene. Sono le domande e i dubbi a portare avanti la filosofia, non le risposte.

Ciò che noi oggi in Europa definiamo "filosofia" nasce e si sviluppa intorno al VI secolo a.C. nelle colonie greche, in Asia minore prima e in Magna Grecia poi, dal contatto fra le forme di pensiero arcaiche e straniere e quelle greche. La filosofia greca era diversa da quella insegnata oggi nelle scuole e nelle università: ben più di una disciplina freddamente intellettuale e accademica, la filosofia era una pratica di vita, volta a trasformare l'individuo e - di riflesso - la comunità in cui egli vive, per elevarli alla massima possibile espressione del potenziale umano.

Come ben argomenta Pierre Hadot ("Esercizi spirituali e filosofia antica", pp. 164-165):

Nell'antichità la filosofia è un esercizio in ogni istante; invita a concentrarsi su ogni istante della vita, a prendere coscienza del valore infinito di ogni momento presente, se lo si colloca nella prospettiva del cosmo. Poichè l'esercizio della sapienza e della saggezza comporta una dimensione cosmica. Laddove l'uomo comune ha perduto il contatto col mondo, non vede il mondo in quanto mondo, ma tratta il mondo come mezzo per soddisfare i propri desideri, il saggio non cessa di avere costantemente presente il tutto. Pensa e agisce in una prospettiva universale.